
Mi piace Napoli alle 5 del mattino.
Quando vedo i ragazzi, divertiti e assonnati, tornare a casa dopo una notte di risate. Mi piace perché vedo le edicole aprirsi. I giornalai alzano le saracinesche e aspettano l'arrivo dei primi quotidiani. Quel misto di rumori metallici, freddi, a metà tra il notturno e il mattutino, mi fanno pensare a quella Napoli lavoratrice, onesta e modesta, tenace e silenziosa, di cui troppo spesso non se ne ha traccia nelle ore più calde e frenetiche del giorno.
Napoli mi piace anche verso le tre del pomeriggio, in quel non orario ormai scomparso in tutte le grandi città e che resiste ancora un po', timidamente, da queste parti. Mi piace perché mentre le tavole vengono sparecchiate e liberate dai residui del déjeuné, l'aroma del caffè post pranzo si impone lentamente nelle cucine; le strade, fino a pochi minuti prima invase, tirano, per qualche momento, un respiro di sollievo; ed una Mergellina assopita svela il suo aspetto migliore, diffonde, preziosi, i suoi colori esaltati da una luce che, no, non credo di aver mai visto in un altro luogo.
Mi piace il lungomare durante la controra perché vedo facce distese, sorrisi speranzosi ed abbracci rubati in un'ora di libertà dalla fatica quotidiana.
Io non abito a Napoli.
O almeno non ci ho abitato per lungo tempo. Vivevo in una città sconosciuta ai più, privilegiata, colta. Ero come in una gabbia di cristallo, protetta ed esaltata. Non sapevo però dove poggiava quella gabbia. Non conoscevo l'origine degli elementi che ne costituivano le fondamenta. Ignoravo la composizione chimica del terreno.
Napoli la vedevo in tv.
E' una realtà mediata che non mi appartiene.
C'è una distanza che nei secoli non si è mai riempita tra due lembi di una stessa terra, che non si ricongiungono.
C'è una parte di questa città che è ospite dell'altra, e viceversa.
C'è una Napoli che grida il suo dolore, ed un'altra che è sorda a qualsiasi urlo, quasi come se si fosse abituata.
C'è una Napoli arrabbiata, masaniella, anacronistica nelle sue manifestazioni di protesta contro chi è detentore di un qualsiasi potere... ed un'altra che pigramente è seduta in salotti buoni e puliti, dove quel potere è un quid più abitudinario del caffè del mattino.
C'è una Napoli che ha la pancia vuota, che cerca, con fatica, di esprimere in molteplici vie quella mancanza... e ce ne è un'altra che la pancia l'ha riempita da un pezzo e che sotto il peso di quel nutrimento e di quella comodità e di una certa istruzione, non riesce più a reinventarsi con ironia, come invece potrebbe fare meglio di qualsiasi altro popolo del mondo.
C'è una Napoli che è un ventre secolare, un cuore pulsante fatto di arterie fitte, sottilissime e per questo fragili. E ne esiste un'altra baciata dagli dei, elegantemente distesa sulle acque, pronta così, come la concubina più bella, ad essere ammirata, desiderata e amata.
C'è una Napoli di sangue, di storie di ignoranza, di sopraffazione, di commerci volgari, di traffici di disperazione, di guadagni di morte. E ce ne è un'altra, diversa ma non opposta, critica ma non oppositrice, ben pensante ma non fattiva, che con incomprensibile superiorità, giudica ma non agisce, subisce ma non si ribella, non si sporca ma ignora.
Tutti odiano Napoli.
Ma tutti l'amano. Tutti la criticano, ma tutti ne sono affascinati. E non potrebbero non esserlo. Sarà per quell'indefinibile energia magmatica che il vulcano sprigiona, sarà per una storia millenaria sempre in bilico tra tragedia e poesia, tra fatti infernali e paradisiache visioni... da queste parti ne siamo tutti rapiti ed anche chi lo nega o chi ha sentito la vitale necessità di allontanarsene, ha nel suo subconscio un legame con la vera Napoli più profondo che con la sua stessa madre.
E' con stupore, sofferenza, viscerale inquietudine che guardiamo nei tg le immagini delle ferite aperte del nostro corpo pulsante. E magneticamente non possiamo distogliere lo sguardo verso altro. Ogni volta è come se ci rovistassero nel giardino dietro casa; è come se stracciassero una tenda di pesante lana. E' come se forzassero la serratura di un vecchio armadio dove avevamo gettato e dimenticato scarpe rotte, camicie con tracce di peccaminosi rossetti, pantaloni con aggiusti sartoriali mal riusciti.
E' un capolavoro di imperfezione, fragilità e sangue quello che, segretamente, amiamo.
Quando vedo i ragazzi, divertiti e assonnati, tornare a casa dopo una notte di risate. Mi piace perché vedo le edicole aprirsi. I giornalai alzano le saracinesche e aspettano l'arrivo dei primi quotidiani. Quel misto di rumori metallici, freddi, a metà tra il notturno e il mattutino, mi fanno pensare a quella Napoli lavoratrice, onesta e modesta, tenace e silenziosa, di cui troppo spesso non se ne ha traccia nelle ore più calde e frenetiche del giorno.
Napoli mi piace anche verso le tre del pomeriggio, in quel non orario ormai scomparso in tutte le grandi città e che resiste ancora un po', timidamente, da queste parti. Mi piace perché mentre le tavole vengono sparecchiate e liberate dai residui del déjeuné, l'aroma del caffè post pranzo si impone lentamente nelle cucine; le strade, fino a pochi minuti prima invase, tirano, per qualche momento, un respiro di sollievo; ed una Mergellina assopita svela il suo aspetto migliore, diffonde, preziosi, i suoi colori esaltati da una luce che, no, non credo di aver mai visto in un altro luogo.
Mi piace il lungomare durante la controra perché vedo facce distese, sorrisi speranzosi ed abbracci rubati in un'ora di libertà dalla fatica quotidiana.
Io non abito a Napoli.
O almeno non ci ho abitato per lungo tempo. Vivevo in una città sconosciuta ai più, privilegiata, colta. Ero come in una gabbia di cristallo, protetta ed esaltata. Non sapevo però dove poggiava quella gabbia. Non conoscevo l'origine degli elementi che ne costituivano le fondamenta. Ignoravo la composizione chimica del terreno.
Napoli la vedevo in tv.
E' una realtà mediata che non mi appartiene.
C'è una distanza che nei secoli non si è mai riempita tra due lembi di una stessa terra, che non si ricongiungono.
C'è una parte di questa città che è ospite dell'altra, e viceversa.
C'è una Napoli che grida il suo dolore, ed un'altra che è sorda a qualsiasi urlo, quasi come se si fosse abituata.
C'è una Napoli arrabbiata, masaniella, anacronistica nelle sue manifestazioni di protesta contro chi è detentore di un qualsiasi potere... ed un'altra che pigramente è seduta in salotti buoni e puliti, dove quel potere è un quid più abitudinario del caffè del mattino.
C'è una Napoli che ha la pancia vuota, che cerca, con fatica, di esprimere in molteplici vie quella mancanza... e ce ne è un'altra che la pancia l'ha riempita da un pezzo e che sotto il peso di quel nutrimento e di quella comodità e di una certa istruzione, non riesce più a reinventarsi con ironia, come invece potrebbe fare meglio di qualsiasi altro popolo del mondo.
C'è una Napoli che è un ventre secolare, un cuore pulsante fatto di arterie fitte, sottilissime e per questo fragili. E ne esiste un'altra baciata dagli dei, elegantemente distesa sulle acque, pronta così, come la concubina più bella, ad essere ammirata, desiderata e amata.
C'è una Napoli di sangue, di storie di ignoranza, di sopraffazione, di commerci volgari, di traffici di disperazione, di guadagni di morte. E ce ne è un'altra, diversa ma non opposta, critica ma non oppositrice, ben pensante ma non fattiva, che con incomprensibile superiorità, giudica ma non agisce, subisce ma non si ribella, non si sporca ma ignora.
Tutti odiano Napoli.
Ma tutti l'amano. Tutti la criticano, ma tutti ne sono affascinati. E non potrebbero non esserlo. Sarà per quell'indefinibile energia magmatica che il vulcano sprigiona, sarà per una storia millenaria sempre in bilico tra tragedia e poesia, tra fatti infernali e paradisiache visioni... da queste parti ne siamo tutti rapiti ed anche chi lo nega o chi ha sentito la vitale necessità di allontanarsene, ha nel suo subconscio un legame con la vera Napoli più profondo che con la sua stessa madre.
E' con stupore, sofferenza, viscerale inquietudine che guardiamo nei tg le immagini delle ferite aperte del nostro corpo pulsante. E magneticamente non possiamo distogliere lo sguardo verso altro. Ogni volta è come se ci rovistassero nel giardino dietro casa; è come se stracciassero una tenda di pesante lana. E' come se forzassero la serratura di un vecchio armadio dove avevamo gettato e dimenticato scarpe rotte, camicie con tracce di peccaminosi rossetti, pantaloni con aggiusti sartoriali mal riusciti.
E' un capolavoro di imperfezione, fragilità e sangue quello che, segretamente, amiamo.

0 commenti:
Posta un commento