
Ho promesso alla mia amica Carla di fare una passeggiata insieme in città. Il freddo improvviso di questi giorni non riesce a farla desistere dalla voglia di essere riabbracciata dalla sua Napoli. Per tanti mesi ha dovuto combattere con un nemico che con il tempo ha preferito chiamare "amico" in virtù di una inevitabile e forzata convivenza. Lo ha cacciato finalmente, lo ha mandato via con forza e spirito. Come in una rinascita, voleva venire a calpestare nuovamente le strade percorse nel precedente ciclo di vita, prima della coabitazione con " l'amico", e prima ancora del suo matrimonio in un'altra città.
Ci diamo appuntamento alla fermata di una delle funicolari cittadine. Carla mi aspetta puntuale e dritta, avvolta in un bellissimo cappotto e in un necessitato cappellino. Le gote rosse e il sorriso le illuminano il viso di vita.
E' l'incipit di una sorta di micro avventura vissuta nella nostra città. Per la prima volta, sia io che lei siamo state costrette a guardare gli spazi urbani con nuovi occhi e nuove apprensioni. Quelli di chi non totalmente impossibilitato a muoversi, presenta comunque delle difficoltà motorie e inevitabilmente abbiamo dovuto testare "l'ospitalità" in tal senso di Napoli. La cronaca di quello che ci è successo forse rappresenta, tra sorrisi e amarezza, l'estrema sintesi di quello che è questa città nel bene e nel male. La disorganizzazione compensata dall'umanità, la sciatteria dalla comprensione, l'inefficienza totale, assoluta, condivisa da tutti che fa da contraltare ad una creatività unica che nei momenti di sconforto dissipa qualsiasi senso di solitudine.
Ci incamminiamo, dunque, verso la cabina della funicolare. Non è ora di punta, ma il flusso di tranquilli pedoni è comunque sostanzioso. Carla procede spedita, non vuole che mi preoccupi per lei. Ma di lì a poco sono costretta a prenderla per un braccio e ad aiutarla a scendere i vari gradini: la muscolatura non ancora in forma rischia di farla cadere visto lo sforzo di scendere lungo la rampa con il continuo via vai di passanti incuranti.
All'uscita, Carla cerca con lo sguardo un addetto e punta dritto su di lui. Gli chiede perchè non c'è una scala mobile o un ascensore che permetta a chi ha difficoltà nel muoversi un accesso più accorto al mezzo pubblico. L'impiegato ci guarda con un sorriso affabile e, conveniamo, sincero. "Signora- dice incredulo- ma perchè non è venuta prima da noi?! Nuie, e disabili, e' pigliamme in braccia", con consequenziale gesto di raccolta con le mani.
Sala da tè di uno storico bar del centro. Accompagno la mia amica alle toilettes, rintanate al piano sottoterra alla fine di un'impervia scala. La discesa vede Carla decisa a fare tutto da sola e mi guarda trionfante quando poggia il piede a terra dopo l'ultimo scalino. Quando è il momento di risalire, rassegnata guarda l'addetta alla pulizia del bagno. "Scusi, ma non c'è un altro modo per salire al primo piano? Non so come fare...". Decisa e sicura, la donna non lascia finire Carla di parlare. Con lo sguardo fiero di chi ha vissuto intensamente misto al tono che avrebbe potuto usare la sibilla cumana dice: "signò, c'a forza e' volontà, se va a tutte parte!".
Carla non ha voluto controbattere.
La rabbia non ha potuto avere in noi la meglio. Non ce l'ha fatta di fronte ad un patrimonio umano così eccezionale. Non la rabbia dunque, ma la rassegnazione si e tanta. La rassegnazione di vedere questo patrimonio non protagonista, ma caricatura, non motore, ma tappabuchi. E inevitabile la consapevolezza che forse altrove questi valori sarebbero usati come prezioso carburante per un presente di successo, e non come materiale sempre pronto per spiritosi aneddoti di fine giornata.
ps. La fotografia è di Luigi Taddeo :-)